Pid, nato come Pronto Intervento Detenuti, è molto più di un servizio di raccordo tra chi è in carcere e il mondo esterno. Eppure anche in questo ambito, quello da cui tutto è nato, la cooperativa Pid è stata pioniere. E col passare degli anni ha sfruttato la capacità di lavorare in contesti difficili per ampliare il proprio raggio di intervento.

Il Pid è unico come servizio in Italia nella sua ideazione e conformazione. Si lavora tra l'interno e l'esterno del carcere. Unico perché mette al centro della propria azione i singoli, i carcerati, non il mondo carcerario inteso come soggetto etereo e indefinito. Unico perché a questi singoli fornisce sia un aiuto materiale per le necessità primarie e immediate sia strumenti per il reinserimento sociale e lavorativo una volta che la pena sarà stata scontata (rete di strutture di accoglienza, corsi di formazione professionale, acquisizione di abilità in settori specifici, capacità relazionale e di lavorare in gruppo).

Il Pid è l'unico servizio di mediazione tra condannati a lavoro di pubblica utilità, tribunale e enti ospitanti. I condannati che richiedono la pena alternativa dei lavori di pubblica utilità (Lpu) nel territorio di Roma si mettono in contatto col Pid. Dopo i colloqui conoscitivi, si studia il percorso più adatto alle caratteristiche lavorative (ma anche alle inclinazioni personali) del singolo. In questo modo il suo lavoro può essere realmente "di utilità" alla collettività. La scelta più appropriata è possibile grazie alla vasta (e trasversale) rete di strutture e di enti con i quali il Pid è in contatto. Il risultato è che nei confronti del condannato vengono rispettati i principi della territorialità (si cerca di trovare una struttura più vicina possibile a residenza o luogo di lavoro) e della funzione riabilitativa (si cerca di mettere a servizio della società le capacità del singolo)

Il Pid ha preso in gestione un bene sottratto alla mafia e l'ha restituito alla collettività, facendone una struttura simbolo per la marginalità. La casa don Pino Puglisi, nata in una struttura sequestrata a membri della Banda della Magliana, è diventata la casa per detenuti in misura alternativa e per ex detenuti. Cioè è casa di chi una casa non ce l'ha. E' un esempio (tra i pochi a Roma) di bene riconvertito per uno scopo sociale, destinato agli "ultimi". E nel quale gli "ultimi" sono chiamati a costruire un progetto individuale per reinserirsi nella società (e quindi a riappropriarsene).

Il Pid ha messo a disposizione la sua esperienza multidisciplinare, in uno dei settori del sociale che racchiude più sfide e più insidie: l'accoglienza dei migranti. Ha iniziato a lavorare in un grande centro di accoglienza, il Centro Enea per migranti richiedenti o titolari di protezione internazionale all'interno della rete SPRAR. E poi ha dato vita ad una piccola struttura autonoma: la "Casa di Otello", completamente ristrutturata attraverso corsi di formazione dedicati a migranti richiedenti o titolari di protezione internazionale. La Casa di Otello è oggi una delle strutture SPRAR, tra le più piccole del suo genere, dislocata nella Tenuta del Cavaliere di Roma Capitale.

Il Pid fa prevenzione: attraverso tutte le attività e i servizi offerti cerca di favorire il reinserimento sociale del detenuto. In questo modo cerca di fornire strumenti tali da evitare che il detenuto possa nuovamente incappare negli stessi errori del passato che l'hanno portato in questa condizione.

Il Pid ha un'equipe mista, totalmente orizzontale: operatori e peer operator lavorano fianco a fianco. Le figure professionali che nel Pid lavorano sono tutte culturalmente attente, provengono da formazioni e esperienze differenti (educatore, psicologo, antropologo, giurista solo per citarne alcune) e questo si è trasformato in un punto di forza: avere molteplici approcci ha dato al Pid la possibilità di non precludersi alcuna strada e di esplorare campi diversi tra loro.

Il Pid ha un punto di vista privilegiato. Infatti partendo dall'osservazione quotidiana delle marginalità sociali può istituire buone prassi e attività pensate ad hoc per gli "ultimi", coloro che la società ha in buona parte "escluso". Detenuti, migranti (ma non solo loro) diventano il centro dell'esperienza e i protagonisti delle attività, perché tutto parte dall'ascolto delle necessità e dei bisogni della persona. Le attività nascono dai loro input e non sono "imposte" dall'alto. Dalla persona al servizio, l'approccio bottom up, ha reso il Pid in grado di essere sempre innovativo e di influenzare le politiche.

Quelli svolti dal Pid sono tutti servizi gratuiti per l'utenza. I soggetti che accedono ai servizi e le attività non devono sostenere alcun onere di tipo economico. La cooperativa non ha alcun fine di lucro sull'utenza.

Il Pid ha sposato l'idea del fare impresa etico. Tutto è cominciato con Fattorie Migranti: utilizzando spazi pubblici inutilizzati, il Pid ha dato vita a un progetto agricolo e a uno di produzione alimentare. Il progetto si è evoluto fino alla nascita della Cooperativa Cadis: una piccola attività imprenditoriale (i cui soci sono operatori e ex utenti) nel settore agricolo e della trasformazione degli alimenti, che ha immesso sul mercato le verdure e i prodotti da forno (biscotti, tortine e grissini). Un'attività imprenditoriale nata come opportunità sociale di reinserimento e trasformatasi in una opportunità lavorativa, che ha il duplice scopo di portare questi ex esclusi dentro la società (il reinserimento viene così completato) e di portare la società a conoscere realtà sconosciute o dimenticate. Un'attività imprenditoriale in cui etico non è solo il prodotto dell'impresa, ma anche l'azione imprenditoriale in quanto tale. In più, con la convinzione di fare dei prodotti competitivi per la qualità e l’idea innovativa.